Tim Parchikov – SUSPENSE


Un viaggio solitario alla ricerca della smarrita auto-identificazione dei giovani di oggi, dove ogni sosta e ogni incontro con la realtà sono una forma di suspense. Questo il cuore del progetto di Tim Parchikov “Suspense”, a cura di Olga Strada, ospitato dal Museo di Roma in Trastevere dall’8 ottobre al 13 novembre 2011.
La mostra, presentata alla stampa stamane,  raccoglie circa 50 scatti ed è il risultato delle ricerche che Tim Parchikov, fotografo, operatore e regista moscovita, ha condotto nel suo lavoro. In essa sono raccolti gli scatti realizzati negli ultimi tre anni in varie città dell’Europa e del mondo. I lavori di Tim Parchikov sono esposti all’interno di uno spazio non illuminato, dove i light boxes che contengono le fotografie si accendono e si spengono in modo alternato, dando vita ad uno schermo discreto, per così dire, decostruito. La flebile luce delle opere, esposte all’interno di questo spazio buio, è resa ancora più intensa da una colonna sonora di rumori di fondo, ai quali solitamente non si fa caso, ma che nel momento in cui l’inquietudine affiora si ravvivano e colmano lo spazio della nostra percezione.
Nel video alcune delle immagine esposte al Museo in Trastevere.

La suspense nel cinema rappresenta un conflitto irrisolto, una situazione oscura, un accumulo di cupa angoscia, ma, nella vita reale, a differenza del cinema dove l’inquietudine dosata con precisione pervade lo spettatore per volontà del regista, la sensazione di angoscia si rivela incontrollabile e totale. Insito ab origine nell’uomo, questo stato d’animo ai giorni nostri si va via via intensificando e trae nutrimento dalla sfera dei media focalizzati principalmente sulle catastrofi. Questa sfera, questo spazio globalizzato, ha diluito i suoi confini interni e al tempo stesso ha influito con modalità disgreganti: il senso di angoscia si è trasformato in isolamento e mancanza di difesa personale che l’individuo prova di fronte all’ignoto.
Il progetto di Parchikov “Suspense” è il manifesto visuale della nuova generazione «perduta» dei giovani che, a cavallo tra i due secoli, hanno acquisito una piena libertà di informazione e di spostamento insieme all’illusione della comunicazione totale, ma che hanno perso il sistema integrato dei giudizi di valore scontrandosi all’improvviso con la più profonda solitudine.
Il fotografo è chiamato a valicare i confini, non dal punto di vista fisico, bensì visuale, e in questo senso, proprio come un viaggiatore risulta più indifeso rispetto agli altri. Il senso di suspense lo sorprende lungo la sponda deserta di Istanbul oppure in mezzo ad una piazza affollata di Napoli. La fotografia diventa per lui uno schermo, che lo protegge dalla sensazione di stallo conciliandolo con l’ignoto.
Spesso Parchikov trasmette questo stato d’ansia per mezzo di una messa in scena crepuscolare accesa da luci con tonalità acide, dove l’invisibile, l’indistinguibile o ciò che è rimasto fuori dall’inquadratura acquista la stessa importanza di ciò che è presente nell’inquadratura stessa. L’autore ha un uso raffinato del colore, delle ombre e delle sfumature, avvicinandosi ai modelli delle sue ricerche, ovvero i film «noir» degli anni Quaranta e i «neo-noir» degli anni Settanta.