“Santo Tomaino. Epic Painting”


Inaugurata ieri sera al Museo Carlo Bilotti, Aranciera di Villa Borghese, la mostra “Santo Tomaino. Epic Painting”. QUI le FOTO.
Nato in Calabria nel 1954, ma formatosi artisticamente a Torino, la città dove attualmente vive e lavora, Santo Tomaino elabora racconti di cui sono protagonisti un favoloso e ricco bestiario insieme ad altre creature arcane e mitologiche, ma di una mitologia calata nella realtà della storia, anche contemporanea, o personale  dell’artista. I protagonisti dei suoi nuovi miti si muovono tra noi, sullo sfondo delle nostre città, di campi di battaglie realmente combattute durante guerre antiche o ancora in corso, oppure occupano il paesaggio delle sue memorie infantili, i boschi della Sila, la terra di cui è originario. Il costante, immaginifico intreccio tra leggenda e realtà, il ricorso alla metafora è il metodo elaborato dall’artista per recuperare la vocazione narrativa del linguaggio pittorico.
Il senso della ricerca di Tomaino si comprende a pieno solo inquadrando il pittore nel periodo e nell’ambiente della sua formazione: la Torino degli anni ’70, anni di drammatiche tensioni politiche e sociali e dell’avvento della nuova arte italiana, l’Arte Povera, il movimento che predilige il ricorso a tecniche e materiali antiartistici e, nel nome della predominanza del gesto creativo, fa slittare in secondo piano la manualità dell’artista mettendo in crisi linguaggi tradizionali come quello della pittura. Racconta Tomaino: “A Torino in quegli anni noi pittori eravamo visti come degli anacronisti, anche solo comprare dei colori o dei pennelli era motivo di discrimine”. La reazione di Tomaino a questo contesto così poco congeniale è quella dei molti che, nella fase di passaggio al nuovo decennio, lavorano per il ritorno alla pittura, alla manualità e alla figurazione. Il suo lavoro appare particolarmente vicino a quello dei nuovi pittori tedeschi, Kiefer e Baselitz in particolare”.
L’esperienza da cui ripartire è – per Tomaino – l’Action Paintings, l’ultima grande esperienza pittorica moderna”. All’Action Paintings degli astrattisti anni ’40 e ’50 guardano il cromatismo acceso e il denso impasto della sua pittura e alcune invenzioni tecniche che creano un effetto di vero e proprio dripping, ad esempio l’evocazione di una tempesta di neve ottenuta sparando sulla tela polpa di cellulosa con un compressore. Di suo Tomaino aggiunge la figura, creando un effetto di figurazione sospesa sul vuoto dell’astrazione. Una figurazione mai utilizzata a fini di resa mimetica della realtà, ma per meglio definire il racconto per metafore di sentimenti, aspirazioni e fantasie che snidano il senso più riposto dell’esistenza. “Non sono un naturalista – spiega il pittore – la mia è una pittura più vicina alla concezione astratta che figurativa”. E infatti nulla di naturalistico vi è nel suo modo di dipingere e anche il colore è sempre concepito con valenze simboliche e come rappresentazione di uno stato d’animo“.
La sua epica per immagini non è mai narrata da opere singole ma da cicli di dipinti. Nella mostra del Museo Carlo Bilotti sono esposti lavori tratti dai cicli più significativi prodotti dal pittore a partire dall’inizio degli anni ’90 sino ad oggi.