Augusta prole


Nacqui sub Iulio, ancor che fosse tardi,
e vissi a Roma sotto ‘l buono Augusto
nel tempo de li dèi falsi e bugiardi
(Divina Commedia Inf., I, 71)]

È Virgilio che parla nel primo canto dell’Inferno, ma non accenna a quale sia il destino ultraterreno del buon Augusto, se il suo operato lo renda degno del paradiso o al contrario si sia meritato l’inferno, oppure sia tra color che son sospesi. La Commedia lo cita di nuovo più avanti, nel discorso di Giustiniano (Par., VI, 73-81)*, il quale considera Ottaviano Augusto (63 a.C. – 14 d.C.) degno successore di Cesare, perché ne ha vendicato la morte sconfiggendo Bruto e Cassio a Filippi. E ancora, dando la parola alla trista Cleopatra, soccombente di fronte al futuro imperatore al cui dominio preferisce un’atroce e venefica morte. E, infine, ricordando come, dopo tanti luttuosi  avvenimenti, costui puose il mondo in tanta pace, che fu serrato a Giano il suo delubro: come racconta Svetonio, il tempio di Giano, aperto quando Roma è in guerra e “che, dalla fondazione di Roma, non era stato chiuso che due volte prima di lui, sotto il suo principato fu chiuso tre volte”… “poiché la pace si trovò stabilita in terra e in mare”.

Non sembra però che della relativa tranquillità all’interno dell’Impero abbiano goduto anche gli stretti familiari di Augusto, a partire da Giulia, sua unica figlia naturale. Il padre agisce in privato con la stessa determinazione con cui affronta il nemico esterno e, intorno al 2 a.C., la relega a Pandateria (oggi Ventotene), per un soggiorno forzato che durerà cinque anni, con l’accusa di adulterio e tradimento.

La figlia di Augusto inaugura così la serie di esili femminili in questa dimora isolana, comminati a donne di nobili origini per colpe spesso pretestuose, che in realtà coprono intrighi di potere. Così qui dimorano le due Agrippine, Maggiore e Minore, Claudia Ottavia, moglie di Nerone, e Flavia Domitilla perseguitata da Domiziano.

Anche prima di questo triste epilogo, l’esistenza di Giulia era stata costantemente condizionata dalla carriera politica del padre, fin dalla prima infanzia, quando aveva rischiato ben due matrimoni, all’età di due anni con Marco Antonio Antillo, figlio decenne di Marco Antonio, e in seguito con Cotisone, re dei Geti. Ambedue le cerimonie, annunciate, non ebbero luogo. Giulia, tuttavia, ha solo quattordici anni quando sposa il cugino Marco Claudio Marcello. Alla morte prematura di questo, si unisce, diciottenne, a Marco Vipsanio Agrippa col quale genera cinque figli. Rimasta vedova, prima della fine del lutto, è indotta a sposare il fratellastro, Tiberio, per rafforzare l’opportunità di successione dinastica di questi al padre Augusto.

Non solo la ragion di stato, ma anche una notevole dose di destino avverso contribuisce a funestare la vita di Giulia. I suoi figli maschi, che avrebbero potuto succedere al nonno Augusto alla guida dell’impero, muoiono precocemente, Lucio e Gaio Cesare per morte naturale e Agrippa Postumo, assassinato a Planasia (Pianosa). Qualcuno mormora che la matrigna Livia, terza moglie di Augusto, possa aver dato una mano al fato. Druso e Tiberio, figli di primo letto di Livia, infatti, sono gli unici a sopravvivere alla morìa dei possibili successori di Augusto. Quando anche Druso muore cadendo da cavallo, l’unico scampato, Tiberio, viene adottato da Augusto e ne eredita il potere. È la fine per Giulia, mal tollerata dall’ultimo marito che, oltre all’esilio, le infligge l’umiliazione della confisca di tutti i beni.

In miseria e lontana da Roma, muore di consunzione, in solitudine, poco più che cinquantenne.

[Di quel che fé col baiulo seguente,
Bruto con Cassio ne l’inferno latra,
e Modena e Perugia fu dolente.

Piangene ancor la trista Cleopatra,
che, fuggendoli innanzi, dal colubro
la morte prese subitanea e atra.

Con costui corse infino al lito rubro;
con costui puose il mondo in tanta pace,
che fu serrato a Giano il suo delubro
(Divina Commedia Par., VI, 73-81)]