Digital Life: ERWIN REDL


Un’altra installazione seducente è quella di Ervin Redl, il cui lavoro riflette sulla condizione dell’arte a seguito della “esperienza digitale”. Si tratta di una specie di labirinto oscuro composto da piccole luci, perfettamente collocate in prospettive geometriche, dentro il quale si perde la cognizione del tempo e dello spazio.
L’approccio formale e strutturale verso i diversi media che Redl usa, come installazioni, disegni, CD-ROM, internet e suono, si basa su una logica binaria: l’artista assembla il materiale in base a poche regole autoimposte che spesso contengono algoritmi, o fanno riferimento a una casualità controllata e ad altri metodi ispirati dal codice macchina.
Da 1997 Ervin Redl ha esaminato il processo di “ingegneria inversa”1 (ri)traducendo il linguaggio estetico astratto della realtà virtuale e dei modelli tridimensionali elettronici generati dal computer verso un ambiente architettonico, tramite l’utilizzo di installazioni di luce in grande scala. In questo corpo di lavoro, lo spazio viene vissuto come una seconda pelle, ovvero, la nostra pelle sociale trasformata dal mio intervento artistico. Data la reale natura della sua dimensione architettonica, partecipare essendo solo “presente” è una parte integrante delle installazioni.
La percezione visiva funziona insieme al movimento corporeo e con il susseguente passaggio del tempo2. L’aspetto formale dei lavori è facilmente accessibile. L’interpretazione e la comprensione di questo aspetto dipende dai riferimenti soggettivi del visitatore. Nello stesso modo, le diverse interazioni dell’individuo all’interno dell’installazione rimodellano i riferimenti soggettivi del visitatore, per rivelare un complesso fenomeno sociale.

In questo video Ervin Redl riassume il concetto del suo lavoro durante la presentazione di Digital Life a La pelanda.