PHILIP GUSTON al Museo Bilotti


E’ stata presentata questa mattina in anteprima per la stampa la mostra “Philip Guston, Roma” aperta al pubblico al Museo Carlo Bilotti a Villa Borghese (Roma) da mercoledì 26 maggio a domenica 5 settembre 2010.
La mostra, curata da Peter Benson Miller, comprende 42 opere della serie Roma, dipinte da Philip Guston tra il 1970 e il 1971. Le opere provengono dai più prestigiosi musei internazionali, quali MoMA, Guggenheim, Staatliche Graphische Sammlung, Yale University Art Gallery e da importanti collezioni private di New York, Londra e Amsterdam.
La scelta della sede espositiva non è casuale. Infatti offre al visitatore la possibilità di ammirare le opere in un luogo di particolare suggestione, all’interno di uno spazio che ospita, tra l’altro, tele di Giorgio de Chirico, uno degli artisti che più influenzarono Guston. È lui stesso a dichiararlo nell’opera dal titolo Pantheon in cui cita i suoi grandi maestri, tutti italiani: Masaccio, Piero della Francesca, Giotto, Giovanni Battista Tiepolo e, appunto, de Chirico.

In questo video il Presidente della Commissione Cultura Federico Mollicone apre la conferenza stampa.

Tra i più celebri esponenti della Scuola di New York, Guston fu, con Pollock, Rothko e De Kooning, uno dei padri dell’Espressionismo Astratto. Nell’ottobre del 1970, le critiche seguite alla mostra presso la Marlborough Gallery, che segnò il suo ritorno alla tradizione figurativa, lo indussero a lasciare gli Stati Uniti. Scelse l’Italia e si trasferì a Roma, ospite dell’American Academy di cui era stato borsista nel 1948-1949. In Italia era tornato anche nel 1960, quando partecipò alla Biennale di Venezia.
In questo periodo travagliato della sua vita artistica, Guston dipinge la serie Roma. Dalle vestigia dell’antichità ai giardini all’italiana, dagli affreschi di Piero della Francesca ai film di Fellini, Guston sviluppa un repertorio originale, rivisitandolo con note satiriche di forte valenza simbolica. Intreccia paesaggi tipicamente mediterranei con gli incubi della Marlborough Gallery, le figure incappucciate dallo sguardo fisso e assente, allegoria dei momenti di violenza più bui dell’America degli anni Sessanta.
La mostra racconta dunque una transizione sofferta, ma feconda, affrancata sia dall’ironia disinvolta della Pop Art che dall’austerità iconoclastica del Minimalismo. Una cifra evolutiva che si rivelerà fondamentale per i successivi sviluppi dell’arte moderna.