Il Bianco a Tavola : Umberto Broccoli


In questo video il Sovraintendente ai Beni Culturali di Roma Capitale Umberto Broccoli introduce la mostra ai Musei Capitolini “Il Bianco a Tavola” – La maiolica italiana tra 1500 e 1600.
Scrive Broccoli nella sua presentazione:
– Ma chi ha detto che bianco è assenza. Bianco è tutti i colori insieme, bianco è la voglia di riempire, bianco è il momento dell’ispirazione. E questa «Il “bianco” a tavola. La maiolica italiana tra 1500 e 1600», offre qualche spunto di riflessione. Quasi una premessa.
Gli archeologi, allestendo i loro musei con statue e cocci, ci hanno abituati a immaginare un mondo antico popolato di ceramisti e scultori e una antichità compresa fra l’«Afrodite Cnidia» e il «Cratere di Euphronios».

Ma gli archeologi sanno bene che, dietro ogni «Afrodite Cnidia» e dietro ogni «Cratere di Euphronios» c’è il lavoro silenzioso, anonimo e durissimo di chi ha impegnato la sua vita nelle botteghe, dentro le fornaci. Le fornaci hanno prodotto tanto lavoro dell’uomo. Nelle fornaci si sono perfezionate tecniche produttive in uso fino a poco tempo fa. Vetri, metalli, ceramica, per non parlare del pane, hanno preso forma e consistenza in questi piccoli ambienti arroventati, manovrati da uomini che nella storia non hanno lasciato altra traccia se non quelle murature portate alla luce da una archeologia più attenta al lavoro che al capolavoro.
Il lungo Medioevo, si sa, perfeziona alcuni strumenti. Nel lungo Medioevo, inventori ignoti costringono aria e acqua a dar forza alle nuove macchine: si sviluppano o nascono i mulini ad acqua, o a vento. E anche aria e acqua contribuiranno a dar vigore al lavoro del fuoco. Nel corso del lungo Medioevo, la metallurgia da sempre fondata sul fuoco, trae nuova forza da aria e acqua. Fino al XIII secolo il ferro si ricava utilizzando tecniche adottate da millenni: si fondono i minerali di ferro con carbone vegetale, all’aria aperta o, tuttalpiù, circondando con un muretto in mattoni questa fonderia rudimentale. Il risultato è una massa spugnosa, non liquida che deve essere battuta a martellate, prima di poter essere modellata a forma di spade, corazze e così via. Ma dal xiii secolo con l’energia prodotta dai mulini ad acqua si possono muovere mantici grossi, soffiando sul fuoco e permettendo una fusione completa del metallo. Praticamente è la base della metallurgia moderna. Acqua, aria, fuoco. Strumenti da sempre del lavoro dell’uomo, utilizzati da chi ha passato la sua vita nelle fornaci: per fondere metalli, per cuocere ceramiche, per fabbricare mattoni, per soffiare nel vetro.
La ceramica è un altro materiale fondamentale per la vita quotidiana di secoli e secoli fa. Meno nobile del vetro, ma certamente più diffusa, la ceramica è onnipresente negli scavi archeologici. Ovunque c’è stata vita dell’uomo, si trovano i «cocci», gli scarti gettati via dai nostri antenati che oggi ci permettono di ricostruire il modo di vivere dei nostri antenati. La produzione di una brocca o di un recipiente procede per tappe esattamente opposte a quelle utilizzate per il vetro. Nel vetro prima si scalda con il fuoco e poi si dà la forma; nella ceramica, prima si crea la forma e poi la si cuoce al fuoco. Tra le macchine diffuse dal lungo Medioevo c’ è sicuramente il tornio, strumento di lavoro fondamentale per il ceramista.
«Tutti gli torni per tutti gli luochi che ho veduto io sonno di una maniera, et il simile intendo da coloro che hanno veduto più di me. Tutti sono di legnio, abene che molti si faccino con la gamba di ferro…».
Scrive così nella metà del XVI secolo Cipriano Piccolpasso. Architetto esperto in fortificazioni poi ceramista, Cipriano Piccolpasso fonda una fabbrica famosissima di maioliche e a lui oggi dobbiamo una buona parte delle informazioni sulle tecniche adoperate dai ceramisti di quel periodo.
Ripercorrerne le tappe sarebbe lungo: forma del pezzo sul tornio, decorazione, essiccazione, cottura, raffreddamento sono momenti diversi della stessa lavorazione, immutata da millenni e stravolta solamente nel nostro Evo Moderno della specializzazione e della plastica. Una lavorazione artigianale durante la quale era facile sbagliare, proprio per l’articolazione delle fasi. Troppo calore? Rischiava di saltare lo smalto. Troppo poco? Il vaso non era sufficientemente impermeabile. E allora si capisce bene il consiglio dato da Cipriano Piccolpasso alla fine di ogni lavorazione:
«Fatto tutto questo, porgonsi preghiere a Dio con tutto il core ringratiandolo sempre di tutto ciò ch’egli ci dà. Pigliasi del fuoco, havertendo al far della luna perché questo è di grandissimo importanza e ho inteso da quegli che son vecchi nel arte e di qualche esperienza che cogliendosi avere il fuoco sul combusto della luna, manca la chiarezza del fuoco in quel modo che manca lo splendore a essa. Nel fare imperò habiasegli avvertenza, massime facendo ne segni aquatici che sarebbe molto periculoso, il che lassasi passare, raccordandosi far sempre tutte le cose col nome di Jesu Christe».
Certamente: fare tutto nel nome di Cristo. Anche una pratica magica come quella riportata da Piccolpasso. Come dire: «Ceramisti, se non arrivate con la tecnica, provate anche con la magia. Non guasta mai». Così si potranno evitare gli errori.
Ma se, nonostante le ritualità al confine con il blasfemo, i cocci verranno male lo stesso, niente paura. Ci saranno sempre gli archeologi dell’Evo Moderno, in grado di creare una nuova tipologia per catalogare, classificare e attribuire come caratteristico di non so quale periodo, l’errore dell’antico ceramista distratto, poco esperto o sfortunato -.