RITRATTI: LE TANTE FACCE DEL POTERE


Presentata stamattina alla stampa la grande mostra di arte antica romana, dall’età repubblicana a quella imperiale che sarà in scena fino al 25 settembre 2011 ai Musei Capitolini . Oltre 150 pezzi tra teste, busti e statue a figura intera provenienti dai maggiori musei europei, splendidamente allestita in un percorso che si snoda lungo le splendide sale dei Capitolini. QUI le foto scattate stamattina. Sono tante… ma non tutte!🙂
La mostra, seconda tappa del progetto quinquennale “I Giorni di Roma”, è curata da Eugenio La Rocca e Claudio Parisi Presicce.

Il ritratto è uno dei modi per tramandare la memoria di sé nel tempo. Attraverso le numerose tecniche artistiche adottate – pittura, scultura, fotografia e infine la più sconvolgente di tutte, la cinematografia, perché non congela la figura in un momento eterno, ma le dà una parvenza di mobilità e di vita – non muta il desiderio degli uomini di esorcizzare la morte lasciando ai posteri un’immagine di sé capace di sopravvivere nei secoli. La comparsa di un oggetto, non solo artistico, come sostituto dell’individuo è stata una delle prime azioni compiute dagli uomini, sia lasciando l’impronta delle proprie mani sulle pareti delle grotte, sia rivestendo i teschi degli antenati con argilla fino a dare loro un aspetto umano sia ancora erigendo sulle tombe segnacoli che ne dichiarino la presenza oltre la morte.

Oltre all’indiscutibile bellezza ed importanza dei tanti pezzi esposti, la mostra si presta a molteplici riflessioni. Ad esempio, nella sezione “Dalla maschera al ritratto” si segue il percorso che dai calchi realizzati sul volto dei defunti o di personaggi viventi portò alle prime elaborazioni ritrattistiche. In “Egitto, Grecia, Roma” si illustra il dipanarsi di due differenti modi di rappresentazione: a carattere ideale, con un deciso miglioramento dei tratti facciali secondo i canoni di bellezza vigenti, ed a carattere individuale, o realistico, nel quale, al contrario, si privilegia la riproduzione dei lineamenti specifici dell’individuo. Nella sezione “Principi e uomini come dei” sono illustrati i modi dell’assimilazione dell’immagine dell’imperatore a quella degli dei. In “Lo schema delle immagini” si offre una panoramica quanto più completa possibile delle tipologie di modelli statuari utilizzati (statue in lorica, statue in toga, statue in nudità eroica, ritratti entro scudo) e si propone contemporaneamente uno zoom sul senso e sul valore della gestualità quale strumento di comunicazione. Nella sezione “Il volto dei potenti” una galleria dei volti dei principali personaggi della storia romana, dalla Repubblica all’Impero, mostra come le loro immagini siano state costruite anche in chiave di comunicazione politica. E l’ultima sezione “Le acconciature femminili” offre l’estro di riflettere su come anche i cambiamenti di moda e gusto non siano fenomeni esclusivamente estetici, ma riflettano profonde trasformazioni in atto all’interno della società.

La mostra offre la straordinaria occasione di riflettere su uno dei principali mezzi di comunicazione del mondo antico. A partire dalla tarda repubblica, Roma e le città romane risultano affollate da una straordinaria quantità di immagini: i monumenti pubblici e celebrativi, i monumenti funerari e le stesse case trasmettono senza soluzione di continuità i volti di personaggi onorati o degli antenati illustri. È naturalmente una esigenza di comunicazione tesa alla stabilizzazione del proprio prestigio personale. Non si tratta infatti di riprodurre semplicemente le fattezze fisionomiche dell’individuo secondo precisi intenti naturalistici, quanto di comunicare un messaggio di auto-rappresentazione.
Di qui nascono differenti tipi di ritratti che, pur conservando intatta la loro capacità di riprodurre i tratti fisionomici di uomini illustri, ne interpreta le fattezze per offrirne ora un’immagine eroica, dell’energico uomo d’azione, ora dell’uomo politico ormai maturo e pacato.
E’ un fenomeno comunicativo già presente in ambiente greco, ad esempio nei ritratti dei sovrani, nei quali si passa in continuazione da ritratti realistici, che trasmettono un forte senso di energia, a ritratti che idealizzano l’immagine per renderla simile a quella di un dio. I Romani seppero adeguarlo alla loro società in modo eccezionale, come mostrano i ritratti di Augusto, da giovane rappresentato come un novello Alessandro Magno, da uomo maturo come riflessivo e attento al bene comune, consono all’esaltazione dei valori religiosi e morali del pontefice massimo e dell’uomo di governo.
D’altronde, quasi ogni imperatore ha tentato di farsi raffigurare secondo un codice distintivo che ne esaltasse figurativamente le diversità caratteriali e politiche rispetto agli imperatori che lo avevano preceduto: dai lineamenti quasi “barocchi” dell’ultimo ritratto di Nerone, alle forme realistiche e austere dei volti dei primi due imperatori flavi, Vespasiano e Tito, che sembrano echeggiare in qualche modo le soluzioni della ritrattistica repubblicana, ai volti ellenizzanti di Adriano e Antonino Pio, al volto austero e severo di Marco Aurelio, che volle come modelli probabilmente i ritratti dei filosofi greci, ai ritratti potenti ed energici degli imperatori soldati di III secolo.
I ritratti sono dunque ben lontani dall’essere delle semplici “fotografie”, ma sono costruiti secondo un linguaggio programmatico che, nel caso degli imperatori, trasmette un forte messaggio legato alle loro differenti concezioni del potere.
In età imperiale, nell’elaborazione dei ritratti, un ruolo centrale fu giocato anche dal tentativo da parte di privati di adeguare la propria immagine a quella del loro imperatore. E’ un fenomeno ben conosciuto che, se da un lato permette di stabilire una corretta cronologia dei ritratti, dall’altro mostra con grande evidenza i mutamenti del gusto e i differenti modi di autorappresentazione delle classi dirigenti.