Cattedrale metropolitana


Una volta era il lavoro a giustificarne l’estetica, oggi il tempo ne ha cambiato il destino, senza sminuirne il ruolo, subito evidente all’ingresso del Museo. Qui, tra le alte bombole ad aria compressa, i pannelli didattici narrano la storia della Centrale Montemartini, con foto d’epoca e disegni tecnici, e quella dell’allestimento del museo. Ecco dunque le immagini di Giovanni Montemartini, della Centrale vista dal Tevere nel 1924, la planimetria del complesso della Centrale nel 1933, l’interno della sala macchine e il “caricamento del carbone” nel 1950. Gli scatti «Operai al lavoro nella Sala Caldaie» e «Operai al lavoro nella Sala Macchine» mostrano le condizioni e gli ambienti di lavoro nel 1960.

Quello che è stato il primo impianto pubblico di produzione di elettricità a Roma, ora è un polo espositivo dei Musei Capitolini, nato nel 1997 con il trasferimento di centinaia di sculture in occasione della ristrutturazione di ampi settori del complesso capitolino. Due mondi all’apparenza opposti, archeologia classica e archeologia industriale, che si sposano in realtà alla perfezione creando un’atmosfera suggestiva e coinvolgente.

La sala macchine costituisce la navata centrale di questa monumentale testimonianza del passato recente e remoto, che si può percorrere con atteggiamenti diversi: un superficiale volo d’uccello che comprenda la visione d’insieme ma non ne approfondisca i particolari. Oppure un attento esame di ogni reperto, ciascuno con una propria storia d’origine e di successivo ritrovamento durante gli scavi di fine Ottocento e prima metà del Novecento.

L’esame rapido ha il vantaggio del colpo d’occhio che suggestiona anche grazie al sentore di petrolio che tuttora aleggia nella sala. Qui svettano due colossali motori Diesel a due tempi, di oltre 20 metri e del peso complessivo di 81 tonnellate, costruiti dalla Ditta Franco Tosi di Legnano e installati il 21 aprile 1933, alla presenza di Benito Mussolini. Fa ala alle macchine, in un incredibile contrasto ma a suo agio tra l’antiquariato industriale, una serie di sculture di varia provenienza, copie fedeli di famosi originali dell’arte greca e opere rielaborate da modelli greci secondo il gusto dei committenti romani. Come le due preziose statue femminili in pietra scura, rinvenute alla fine dell’Ottocento all’interno di antichi muri del Celio dove erano riutilizzate in minuti frammenti: l’acefala «Vittoria dei Sommaci» e la statua di orante in basanite di Agrippina Minore. Altre aree archeologiche di Roma hanno apportato il loro contributo in questa sala, tra cui il Campidoglio, cuore religioso della città antica, presente con alcuni resti dei monumenti sacri e civili eretti nelle sue vicinanze e frammenti di grandi statue di culto femminili, ricollegabili ad alcuni dei numerosi edifici di culto che sorgevano sul colle.

In comunicazione con la sala macchine, la sala caldaie, è così detta per la presenza di una grande caldaia a vapore che, con il suo intreccio di tubi, mattoni e passerelle in metallo, occupa dal pavimento al soffitto uno dei lati minori di questo ambiente di oltre 1000 mq. In esposizione opere provenienti da vari complessi residenziali come gli Horti Sallustiani, forse il più celebre fra i grandi parchi di Roma antica. Tra queste, alcune sculture greche originali di altissima qualità, come la statua marmorea di Amazzone inginocchiata, che decorava il tempio di Apollo Daphnephóros a Eretria. Notevoli i fregi a girali di acanto con sfingi della prima età augustea che, insieme al frammento di una colossale statua di Apollo, alludono alla vittoria di Augusto ad Azio su Antonio e Cleopatra e sull’Egitto.

Dagli Horti Liciniani, grande residenza appartenuta alla potente famiglia aristocratica dei Licinii nei pressi dell’attuale Stazione Termini, proviene invece la splendida statua marmorea della Musa Polimnia, da originale di età ellenistica. Dai paraggi, vicino alla chiesa di S. Bibiana, giungono i resti di un grande mosaico policromo con scene di caccia, la cattura di animali selvatici destinati a spettacoli circensi. Altre domus, di Via Cavour e di Porta San Lorenzo, sono i luoghi di provenienza di altre splendide sculture: due di Pothos, una di satiro in riposo di età adrianea e un’altra di generale romano in nudità eroica. Dalla domus di San Lorenzo i resti di un gruppo di satiri in lotta contro i giganti.

A piano terra, vale più di uno sguardo la sala colonne, grande salone con numerosi pilastri in cemento armato che fungevano da sostegno alle tre caldaie del piano superiore. Tra le molte opere da ammirare, anche una serie di ritratti del I secolo a.C. che rappresentano diverse classi sociali: schiavi affrancati, esponenti della piccola borghesia, il cosiddetto «Togato Barberini» che mostra le immagini degli antenati.

Un ultimo saluto prima di uscire, tra i ritratti di personaggi illustri, a Cesare, Augusto e Agrippa.