Ercolano a Roma


670x350_nutrireGià il cartello d’uscita dall’autostrada, Ercolano Scavi,  evidenzia la separazione tra parte antica e moderna della città e si fa presto ad accorgersi che la Ercolano sepolta dal vulcano non ha niente a che vedere con l’altra. In fondo a un dirupo profondo parecchi metri sembra assopito un paese abbandonato, ma non distrutto se non per la naturale erosione del tempo, gli antichi abitanti scomparsi per qualche misteriosa ragione, chiaro e visibile a tutti il loro passato. Si scorgono le case, alcune a più piani, le strade che si incrociano, piazzette con monumenti, abitazioni con giardini e ambienti ancora ben riconoscibili come fossero disegnati su pianta.

Un tunnel, coprendo diversi metri di dislivello, conduce all’antica spiaggia, che non corrisponde più all’attuale linea del mare, avanzata oggi di parecchi metri. Rispetto alla visione distaccata dall’alto, qui l’impatto con la storia è drammatico: sotto gli archi di quelli che probabilmente erano antichi magazzini o rimesse per le barche giacciono alla rinfusa scheletri interi o parti di essi, una tibia, un cranio, un omero. Sono le persone sorprese dalla nube ardente, dopo l’eruzione del Vesuvio del 79 d. C, un infernale miscuglio di gas roventi, ceneri e vapore acqueo. Salendo al livello superiore, alle immagini tragiche si sostituiscono quelle della vita dinamica della città con vie lastricate, case private dalle numerose stanze, ville, edifici pubblici, terme maschili e femminili e numerosissime botteghe e thermopolia, i luoghi pubblici di ristoro alcuni perfettamente conservati. Sulla parete esterna di uno di questi locali, sul lato sud del Foro, si legge ancora l’insegna affrescata che offre al passante vino di Nola di diversa qualità a differenti prezzi.

Di questo mondo ancora così vivo si può trovare testimonianza anche a Roma, al Museo dell’Ara Pacis,  nella mostra “Nutrire l’Impero” che, nella sua terza sezione,  illustra il consumo delle merci e dei prodotti alimentari sia in luoghi pubblici – come le popinae e i thermopolia, i “bar” o “tavole calde” dell’antichità – sia nei raffinati triclinia, le sale da pranzo del ceto abbiente in cui i commensali mangiavano semidistesi su tipici lettini da banchetto. In mostra anche resti di cibo da Ercolano – fichi, datteri, ceci, mandorle e piselli – che raccontano la qualità dei consumi in un ricco centro campano.

Finito il percorso di visita, affacciandosi nuovamente sopra la scarpata che raccoglie le straordinarie visioni di 2000 anni fa, non è tanto la fine tragica del sito che resta impressa quanto la sensazione di civiltà e benessere che sembra spiegare l’antica definizione di Campania felix. Intorno, le case della Ercolano moderna nascondono oltre le loro fondamenta chissà quanti altri tesori.